“Ero ancora viva ma la mia anima era morta per sempre”

Testimonianza di una Marocchinata
“La battaglia infuriava, rimanere significava morire. A piccoli gruppi ci inoltrammo sui monti, ma tutti i rifugi erano già occupati, allola decidemmo di andare verso Vallecorsa e poi Lenola. Il passo era svelto, stava per imbrunire, volevamo arrivare al paese di Vallecorsa prima del buio. Ci trovavamo in zona Cimotte quando arrivò il buio, accellerammo il passo,ma la fame e la sete erano tante, le forze venivano sempre meno e i più deboli come me rimasero indietro. Ad un certo punto cominciammo a sentire strane grida, alzai gli occhi e guardai verso quelle voci incomprensibili: erano gli alleati, erano migliaia anche loro in fila indiana, erano ormai solo a qualche centinaio di metri da me. Mi fermai, presi respiro, alzai gli occhi al cielo e dissi: finalmente! Ma non feci in temo a rendermi conto di nulla; all’improvviso fui circondata da quei musi neri, alcuni avevano l’anello, vestiti a strisce, mi resi conto che qualche cosa di brutto stava per accadere. Mi alzai di scatto e con tutte le mie forze cercai di correre tra quelle brutte pietre. Non mi fecero fare neanche 10 passi, mi presero e cominciarono a spogliarmi, io provai a gridare, ma uno di loro mi avvolse il viso con uno di quegli stracci che avevano addosso, mi buttarono per terra cominciarono a schiaffeggiarmi. Mi violentarono. Sentivo le loro risate, sentivo la loro puzza, sentivo dolore. Poi arrivò il buio, ma la violenza continuava. Speravo di morire presto, ma sentivo dolore tanto dolore. Per tutta la notte continuarono a violentarmi. Ricordo che ogni tanto svenivo, la mia speranza era quella di non svegliarmi più, ma ognuno di loro, dopo avermi fatto violenza mi graffiava, mi schiaffeggiava, quasi fosse un rito, e purtroppo spesso quegli schiaffi mi risvegliavano. Volevo morire, ma questa maledetta morte non arrivava mai. Ogni ora che passava almeno 20 di loro abusavano del mio misero corpo- o di quello che ne era rimasto. Era di maggio. L’alba arrivò presto, mi svegliai con tanto freddo addosso , non c’era più puzza di quelle belve, mi resi subito conto che non era stato un brutto sogno, ero ancora viva, ma la mia anima era morta per sempre, il mio viso era così gonfio che gli occhi facevano fatica ad aprirsi.
La morte non è nulla figlio mio, credimi la morte non è nulla.”
Questo è il racconto di CATERINA ( chiaramente il nome non è quello vero). Quando conosci queste cose non è poi difficile commuoversi. Tutto questo mi è stato raccontato in dialetto da “Caterina” nel 2004 a Castro de Volsci. Ora Caterina ha trovato quella pace che tanto cercava.

Testimonianza di una Donna Marocchinata nel 1944 raccolta da E. De Giuli

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