Rassegna Stampa

TEATRO.ORG

NINETTA E LE ALTRE – LE MAROCCHINATE DEL ‘44

La recensione di Simona Innocenzi

Memorie dimenticate

Maggio 1944: sul fronte di Montecassino, sulla Linea Gustav, dopo mesi di battaglie sanguinose tra alleati e tedeschi, bombardamenti a tappeto ed effetti devastanti sulla popolazione civile, migliaia di donne vengono violentate e brutalizzate dalle truppe speciali francesi. Parliamo di loro per parlare di tutte le donne vittime di stupri di guerra. Parliamo di stupro come crimine e non come effetto collaterale della guerra.
Tratto dalle note di regia di Damiana Leone

Ninetta e le altre è il frutto di un’intensa ricerca che volge lo sguardo nel profondo abisso del non evidente. Testimonianze di un dolore che nonostante venga taciuto grida di per se tutto l’orrore che l’essere umano è in grado di generare. Ma l’umanità è, come il teatro, una medaglia composta da due facce: se il palcoscenico permette attraverso la maschera della finzione di poter denunciare la peggiore realtà, allo stesso modo l’uomo è in grado di piantare il seme della speranza riuscendo a far nascere un giglio candido anche in un terreno intriso di sangue e dolore.

Quello della compagnia Errare Persona  è un teatro di denuncia che si inserisce perfettamente nel filone del teatro di narrazione di Marco Baliani, Marco Paolini, Ascanio Celestini: artisti che denunciano gli orrori sociali scaturiti, nella maggioranza dei casi, dall’inettitudine e dall’aridità dell’uomo.
Damiana Leone sceglie di strutturare questa drammaturgia  attraverso la scansione di XIV stazioni, una sacra rappresentazione: il cammino di tre donne investite violentemente dalla guerra, tre anime violate a cui viene strappato tutto tranne che la speranza, infatti, Ninetta incinta a causa delle violenze subite dalle truppe marocchine dei francesi decide di tenere il bambino simbolo di speranza e amore: uniche armi in grado di spazzare via gli orridi eventi.

Il palcoscenico è riempito dalla presenza di Ninetta, Maria e Celeste. Pochi gli oggetti di scena che si impongono al pubblico come evidenti metafore di elementi strutturali dei personaggi: il candore delle lenzuola stese ad asciugare, la trasparenza e la semplicità dell’acqua creatrice di vita.
Tutto, anche i canti tradizionali eseguiti dalle tre attrici sopra il ritmo dettato dalla manipolazione delle lenzuola e delle giare, porta in se memorie vive, infuocate dalla forza di una recitazione che riesce a mediare tra l’essere ad un tempo testimone e protagonista di una realtà che supera la fantasia.

 Visto il 25/02/2011 a Roma (RM) Teatro: Due

Ninetta e le altre

Scritto da Ilaria Ferri Venerdì 08 Aprile 2011 18:38

Roma – Spettacoli

in scena a Roma al Teatro dell’Orologio (Roma) 19-22 aprile
Spettacolo inserito nel progetto “Racconta la Guerra” promosso dall’Ass. Cult. “Errare Persona” con lo storico Anthony Santilli, con il contributo della Provincia di Frosinone, per la creazione di un archivio storico sul fronte di Montecassino, e incentrato sulla ricerca storica di fonti orali applicata al teatro antropologico e di narrazione con gli allievi delle scuole superiori del Basso Lazio. Sinossi
Questo lavoro è frutto di una ricerca di testimonianze durata più di un anno, ma potrei dire durato una vita dato che i racconti di quell’orrore ormai sono quasi epica tra la popolazione del basso Lazio. I fatti e i personaggi –tutti reali- sono ispirati alla violenza contro le donne delle truppe nord-africane dell’esercito francese sulla linea Gustav durante la Seconda Guerra Mondiale.

Secondo la tradizione quella che oggi è chiamata Ciociaria un tempo era la terra di Saturno. Qui infatti il Dio, con l’aiuto dei giganti, edificò mura enormi e città sacre dando inizio all’Età dell’oro. Nei fiumi scorrevano latte e miele, gli esseri umani, felici e senza dolori, vivevano in comunione tra loro e in armonia con la natura e gli animali- senza guerra, in uno stato perenne di pace e felicità. Ma l’uomo non riuscì a reprimere i suoi istinti primordiali e allora iniziò il conflitto che diffuse dolore e morte. Raccontiamo.

Primi anni quaranta, Ciociaria.
Tre donne in scena. Rappresentano tre diversi aspetti della donna e quindi della terra, parlano un linguaggio arcaico unendo due dialetti: ciociaro e veneto. Sono tre divinità pagane, arcaiche come i luoghi che le circondano: montagne, fiumi, stelle. Ninetta, Celeste e Maria.
Ninetta: riferimento diretto alle “povere Criste” di Elsa Morante e alle donne-angelo di Pasolini. È la donna visionaria, un po’ folle, un po’ santa e un po’ santona. Vive in una dimensione sovrarazionale, a metà tra cielo e terra. Ha una fede profonda e radicata che estende a tutto il suo vivere. In lei il culto è totalmente pagano e agrario. È la terra stessa, la Magna Mater, Demetra e Venere, la Madonna, che esplica la sua bontà nella totale identificazione con l’altro. Lei riesce a sentire gli altri esseri umani al punto di divenire “l’altro”. Vive in un mondo ingenuo, puro ed arcaico in cui gli uomini convivono in comunione tra di loro.
Celeste: è la migliore amica di Ninetta. Vive nell’attesa di avere un marito, nella ricerca di una religiosità bigotta e dell’accumulo del patrimonio. Ha il terrore della morte perché vive l’aspetto più materiale della vita. È ciò che possiede e non ciò che è.
Maria: è una vedova veneta. Ha sposato il fratello di Ninetta in America, dove era emigrata con la sua famiglia, per poi ritornare in Italia, ma questa volta in Ciociaria, per seguire il marito malato che voleva morire nella sua terra natale. È sola al mondo, ha perso la sua famiglia emigrata nell’Agro Pontino ai tempi in cui ai Veneti Mussolini regalava le terre in bonifica infestate di malaria. Ha una forte carica sensuale, è molto intelligente, conosce il mondo e la vita. Parla degli uomini in mondo disincantato e quasi femminista, dato che è l’unica ad avere una coscienza politica. È la più emancipata e realista delle tre. Parla veneto con qualche termine in americano e ciociaro. Non ha connotati spirituali ma solo terreni e possiede un certo scetticismo nei confronti del mondo e del divino. È la carne, ma anche l’occhio lucido che osserva la realtà, la portatrice della parola e la divulgatrice del tragico.
La scena è nuda. Unico elemento scenico sono 3 conche disposte ai tre lati della scena che formano un triangolo-recinto sacro dentro il quale si muovono le donne. Nelle conche ci sono oggetti, lenzuola e soprattutto acqua. La conca rappresenta la vita e la donna, di cui ricorda il corpo nelle forme sinuose. È la cornucopia e l’utero, ma anche un’urna cineraria, ciò da cui si nasce e in cui si ritorna, in un tempo circolare basato sulla sola alternanza delle stagioni, in una vita sempre uguale per tutte le donne da millenni.
Si celebra il matrimonio di Ninetta, che però rimane immediatamente sola perché il suo amore parte per combattere per la patria. La vita delle tre donne allora è alternata da rituali identici a se stessi, arcaici e mistici: lavare i panni al fiume, lavorare i campi, avere le visioni, guarire le malattie con le preghiere, prendere il chinino contro la malaria, aspettare i loro uomini, scrivere lettere d’amore pensando ad un fronte di guerra lontano e per la loro vita assolutamente incomprensibile. Improvvisamente la guerra si sposta nel loro mondo ameno, i tedeschi occupano la loro casa per farvi la cucina del fronte della linea Gustav. Avviene allora il confronto con il diverso, con una lingua straniera mai sentita prima, e Celeste si innamora di un tedesco che verrà ucciso davanti ai suoi occhi. I bombardamenti continui e la fame che aveva messo in ginocchio la popolazione civile, che prima di allora aveva visto solo le adunate fasciste e le processioni dei santi, sono solo il preambolo della tragedia. Ninetta, Maria e Celeste corrono con le corone di fiori incontro ai loro liberatori, gli alleati, perché la guerra è finita, ma verranno tutte violentate dalle truppe marocchine dei francesi. Ninetta, incinta, decide di non abortire per dimenticare rassegnata una tragedia che altrimenti non avrebbe mai fine. Come lei ne verranno violentate ancora tante di donne nelle guerre, troppe, ma anche una tragedia può essere trasformata in un gesto d’amore e di speranza, anche se uno stupro di massa rimane nella terra e nelle generazioni future come un segno indelebile.

RADIOCITTAPERTA.IT

“Ninetta e le altre” in scena al Teatro dell’Orologio (Roma) 19-22 aprile

* *

 

L’ass. culturale Errare Persona
presenta

NINETTA E LE ALTRE (le marocchinate del ’44)

ROMA – Teatro dell’Orologio, Sala Grande (via dei Filippini, 7/A; 06-68392214)

ingresso € 12,00, ridotto € 10,00; tessera associativa € 2,00

Il sangue e la terra, la bellezza e la violenza. Da un terreno del genere, i Greci fecero fiorire miti avvincenti, popolati di creature ctonie, dèi inclini alla vendetta e alla promiscuità con i mortali e uomini in grado di sfidare la volontà di Zeus. E un mito, del resto, spiega la nascita della Ciociaria: secondo leggenda, infatti, dopo la cacciata dall’Olimpo, Chronos si rifugiò qui, diventando il dio Saturno dei Latini.  È in questa terra -che sin dalla leggendaria nascita rivela un carattere contradditorio, inquietante, un afflato tragico e insieme beffardo – che si svolgono i fatti narrati da “Ninetta e le altre – le marocchinate del ‘44”, pièce scritta, interpretata e diretta da Damiana Leone che sarà portata in scena dal 19 al 22 aprile all’Orologio di Roma in (via dei Filippini, 7/A; info 06-68392214), dopo essere stata in cartellone al Teatro Due.

Lo spettacolo, già vincitore del Festival “Chimere” di Padova, patrocinato da Amnesty International, è frutto di un lavoro di ricerca sulle fonti condotto da Damiana Leone durato oltre un anno su fatti terribili e che tuttora costituiscono una delle pagine misconosciute della nostra storia recente: gli stupri di cui si resero responsabili i goumiers francesi nel basso Lazio durante la seconda guerra mondiale.

“Per non dimenticare e parlare di donne innocenti dimenticate, vittime di guerre a volte anch’esse dimenticate, iniziamo a riparlare di noi perché la Storia si ripete troppo spesso anche nel civilissimo occidente. La guerra la fanno sempre gli uomini ma le donne sono costrette a subirla”, si legge nelle note di regia.

Sul palco con la stessa regista (nel ruolo di Ninetta), Consuelo Cagnati (Maria) e Francesca Reina (Celeste).

La scena si svolge nel maggio 1944: sul fronte di Montecassino, sulla Linea Gustav, dopo mesi di battaglie sanguinose tra alleati e tedeschi, bombardamenti a tappeto ed effetti devastanti sulla popolazione civile, migliaia di donne vengono violentate e brutalizzate dalle truppe speciali francesi.

Strutturato come una sacra rappresentazione in 14 stazioni, lo spettacolo racconta la storia di tre donne, di cui due ciociare e una veneta, a testimonianza dei veneti che colonizzarono l’Agro pontino ai tempi della bonifica fatta da Mussolini. La vita di queste donne scorre tra il lavoro quotidiano nei campi e l’attesa di un amore, una vita che ha un andamento circolare. Fino all’incontro con la brutalità della guerra. E degli uomini.

 

DRAMMA.IT

NINETTA E LE ALTRE

L’ass. culturale Errare Persona presenta NINETTA E LE ALTRE (le marocchinate del ’44) Sacra rappresentazione in XIV Stazioni Il sangue e la terra, la bellezza e la violenza. Da un terreno del genere, i Greci fecero fiorire miti avvincenti, popolati di creature ctonie, dèi inclini alla vendetta e alla promiscuità con i mortali e uomini in grado di sfidare la volontà di Zeus. E un mito, del resto, spiega la nascita della Ciociaria: secondo leggenda, infatti, dopo la cacciata dall’Olimpo, Chronos si rifugiò qui, diventando il dio Saturno dei Latini.  È in questa terra -che sin dalla leggendaria nascita rivela un carattere contradditorio, inquietante, un afflato tragico e insieme beffardo – che si svolgono i fatti narrati da “Ninetta e le altre – le marocchinate del ‘44”, pièce scritta, interpretata e diretta da Damiana Leone che sarà portata in scena dal 19 al 22 aprile all’Orologio di Roma (via dei Filippini, 7/A; info 06-68392214), dopo essere stata in cartellone al Teatro Due.

Lo spettacolo, già vincitore del Festival “Chimere” di Padova, patrocinato da Amnesty International, è frutto di un lavoro di ricerca sulle fonti condotto da Damiana Leone durato oltre un anno su fatti terribili e che tuttora costituiscono una delle pagine misconosciute della nostra storia recente: gli stupri di cui si resero responsabili i goumiers francesi nel basso Lazio durante la seconda guerra mondiale. “Ninetta e le altre” fa inoltre parte del progetto “Racconta la Guerra”, promosso dall’associazione ErrarePersona e dalla Provincia di Frosinone, con la collaborazione dello storico Antony Santilli. Scopo del progetto è la creazione di un archivio della Linea Gustav e una ricerca storica delle testimonianze sul territorio con la partecipazione degli istituti scolastici superiori del Basso Lazio.

“Per non dimenticare e parlare di donne innocenti dimenticate, vittime di guerre a volte anch’esse dimenticate, iniziamo a riparlare di noi perché la Storia si ripete troppo spesso anche nel civilissimo occidente. La guerra la fanno sempre gli uomini ma le donne sono costrette a subirla”, si legge nelle note di regia.

Sul palco con la stessa regista (nel ruolo di Ninetta), Consuelo Cagnati (Maria) e Francesca Reina (Celeste).

Lo spettacolo, nei mesi scorsi, è andato in scena in luoghi dalla forte valenza simbolica (a Vallecorsa, ad esempio, nella chiesa di Santa Maria delle Grazie, dove fu girata la sequenza dello stupro de La Ciociara di De Sica), quasi a suggerire la possibilità, attraverso una finzione scenica che attinge la sua verità da ferite ancora vive e non rimarginate, di una catarsi, di una riconciliazione con una storia insanguinata e con un territorio orribilmente straziato, oltre sessant’anni fa, da dolore e distruzione. La scena si svolge nel maggio 1944: sul fronte di Montecassino, sulla Linea Gustav, dopo mesi di battaglie sanguinose tra alleati e tedeschi, bombardamenti a tappeto ed effetti devastanti sulla popolazione civile, migliaia di donne vengono violentate e brutalizzate dalle truppe speciali francesi. “Parliamo di loro per parlare di tutte le donne vittime di stupri di guerra. Parliamo di stupro come crimine e non come effetto collaterale della guerra”, spiega Damiana Leone nelle note di regia. Una storia in cui lo “stupro di guerra” diventa un simbolo, in cui il corpo della donna viene martirizzato, riceve violenza al pari di una terra percorsa da violenze e distruzione.

Strutturato come una sacra rappresentazione in 14 stazioni, lo spettacolo racconta la storia di tre donne, di cui due ciociare e una veneta, a testimonianza dei veneti che colonizzarono l’Agro pontino ai tempi della bonifica fatta da Mussolini. La vita di queste donne scorre tra il lavoro quotidiano nei campi e l’attesa di un amore, una vita che ha un andamento circolare. Fino all’incontro con la brutalità della guerra. E degli uomini.

“Siamo molto contenti di portare in scena ‘Ninetta e le altre’ all’Orologio, a Roma – ha detto la regista, interprete e autrice della pièce, Damiana Leone – e di portare la vicenda di Ninetta e di tutte le altre donne ciociare, a torto non ancora considerate eroine di guerra, all’attenzione del pubblico romano. Gli spettatori potranno così saggiare la carica emozionale di uno spettacolo che, con delicatezza e forza insieme, evoca lo strazio e l’orrore subiti dalle nostre donne, vittime sacrificali – al pari di un territorio dilaniato dalle bombe prima, e dalla speculazione edilizia e dall’inquinamento poi – sull’altare del dio della guerra”.

un’iniziativa realizzata in collaborazione con Provincia di Frosinone
Regione Lazio
con il patrocinio dell’Università di Cassino

 

FAINOTIZIA.IT La guerra la fanno gli uomini e le femmine la sopportano.

 

Dale Zaccaria

11/04/2011 – 15:34

” La guera i la fa i omini e le femene i la soporta. Le femene, ne la guera, le more e basta”.

Uno spettacolo sulla guerra. Sulle “marocchinate”, ovvero sulle donne violentate da parte delle truppe marocchine nella primavera del 44′. Interpretato da Damiana Leone Consuelo Cagnati e Francesca Reina. In lingua ciociara e veneta. Consuelo Cagnati nel ruolo di Maria è una donna veneta che con la sua famiglia, durante il regime Mussoliniano, scende nel basso Lazio per la bonifica dell’Agropontino. I lavori di bonifica iniziarono nel 1933, molte città come Littoria (Latina), Sabaudia, Aprilia e Pomezia vennero inaugurate nel regime Fascista. Mussolini a Littoria girava tra le case elogiando gli operai giunti dal nord Italia e i “coloni che dalle terre del veneto e dalla Valle del Po’ sono venuti per lottare”. La famiglia che voleva emigrare doveva contare almeno su quattro uomini, due donne e un ex-combattente; davano loro una casa riscattabile in cinque anni, tre camere da letto, il forno, il pollaio, la vasca per abbeverare il bestiame, attrezzi agricoli, alcuni capi da allevare, in più il libretto colonico dove venivano versate da cinquanta a seicento lire ad ogni famiglia ogni due settimane. Veneti e Friuliani costituivano più della metà della popolazione dell’Agropontino. Molti borghi intorno a Littoria si chiamavano, Grappa, Carso, Piave. Se qualcuno si ammalava di malaria veniva mandato in un posto lontano. Il Regime Fascista, ufficialmente registrava pochi centinaia di morti “ma sono molte migliaia” lamentava la povera gente. Una scena dello spettacolo è proprio incentrata sulla malaria e sul chinino che veniva dato alle popolazioni per non ammalarsi. Un’altra scena determinante dello spettacolo è l’arrivo dei marocchini che le donne accolgono come liberatori con delle corone di fiori. Maria (Consuelo Cagnati) inizierà ad accogersi che qualcosa non va:”I xe drio a vegnir su..ma noi par soldati..no i gha gnanca e divise..i porta na tonega longa, bareti foresti.. i gha cavei longhi, recini, anei al naso..I par strazoni…Mi voio andar via, scampemo demo via, meio festegiar n’altra volta.”

Alla fine  i liberatori si riveleranno i loro carnefici.

Ninetta e le altre, le marocchinate del 44′ al Teatro dell’ Orologio di Roma dal 19 al 22 Aprile ore 21,00.

Scritto e diretto da Damiana Leone interpretato da Damiana Leone Consuelo Cagnati e Francesca Reina.

Sinossi

Questo lavoro è frutto di una ricerca di testimonianze durata più di un anno, ma potrei dire durato una vita dato che i racconti di quell’orrore ormai sono quasi epica tra la popolazione del basso Lazio. I fatti e i personaggi –tutti reali- sono ispirati alla violenza contro le donne delle truppe nord-africane dell’esercito francese sulla linea Gustav durante la Seconda Guerra Mondiale.

Secondo la tradizione quella che oggi è chiamata Ciociaria un tempo era la terra di Saturno. Qui infatti il Dio, con l’aiuto dei giganti, edificò mura enormi e città sacre dando inizio all’Età dell’oro. Nei fiumi scorrevano latte e miele, gli esseri umani, felici e senza dolori, vivevano in comunione tra loro e in armonia con la natura e gli animali- senza guerra, in uno stato perenne di pace e felicità. Ma l’uomo non riuscì a reprimere i suoi istinti primordiali e allora iniziò il conflitto che diffuse dolore e morte. Raccontiamo.

Primi anni quaranta, Ciociaria.

Tre donne in scena. Rappresentano tre diversi aspetti della donna e quindi della terra, parlano un linguaggio arcaico unendo due dialetti: ciociaro e veneto. Sono tre divinità pagane, arcaiche come i luoghi che le circondano: montagne, fiumi, stelle. Ninetta, Celeste e Maria.

Ninetta: riferimento diretto alle “povere Criste” di Elsa Morante e alle donne-angelo di Pasolini. È la donna visionaria, un po’ folle, un po’ santa e un po’ santona. Vive in una dimensione sovrarazionale, a metà tra cielo e terra. Ha una fede profonda e radicata che estende a tutto il suo vivere. In lei il culto è totalmente pagano e agrario. È la terra stessa, la Magna Mater, Demetra e Venere, la Madonna, che esplica la sua bontà nella totale identificazione con l’altro. Lei riesce a sentire gli altri esseri umani al punto di divenire “l’altro”. Vive in un mondo ingenuo, puro ed arcaico in cui gli uomini convivono in comunione tra di loro.

Celeste: è la migliore amica di Ninetta. Vive nell’attesa di avere un marito, nella ricerca di una religiosità bigotta e dell’accumulo del patrimonio. Ha il terrore della morte perché vive l’aspetto più materiale della vita. È ciò che possiede e non ciò che è.

Maria: è una vedova veneta. Ha sposato il fratello di Ninetta in America, dove era emigrata con la sua famiglia, per poi ritornare in Italia, ma questa volta in Ciociaria, per seguire il marito malato che voleva morire nella sua terra natale. È sola al mondo, ha perso la sua famiglia emigrata nell’Agro Pontino ai tempi in cui ai Veneti Mussolini regalava le terre in bonifica infestate di malaria. Ha una forte carica sensuale, è molto intelligente, conosce il mondo e la vita. Parla degli uomini in mondo disincantato e quasi femminista, dato che è l’unica ad avere una coscienza politica. È la più emancipata e realista delle tre. Parla veneto con qualche termine in americano e ciociaro. Non ha connotati spirituali ma solo terreni e possiede un certo scetticismo nei confronti del mondo e del divino. È la carne, ma anche l’occhio lucido che osserva la realtà, la portatrice della parola e la divulgatrice del tragico.

La scena è nuda. Unico elemento scenico sono 3 conche disposte ai tre lati della scena che formano un triangolo-recinto sacro dentro il quale si muovono le donne. Nelle conche ci sono oggetti, lenzuola e soprattutto acqua. La conca rappresenta la vita e la donna, di cui ricorda il corpo nelle forme sinuose. È la cornucopia e l’utero, ma anche un’urna cineraria, ciò da cui si nasce e in cui si ritorna, in un tempo circolare basato sulla sola alternanza delle stagioni, in una vita sempre uguale per tutte le donne da millenni.

Si celebra il matrimonio di Ninetta, che però rimane immediatamente sola perché il suo amore parte per combattere per la patria. La vita delle tre donne allora è alternata da rituali identici a se stessi, arcaici e mistici: lavare i panni al fiume, lavorare i campi, avere le visioni, guarire le malattie con le preghiere, prendere il chinino contro la malaria, aspettare i loro uomini, scrivere lettere d’amore pensando ad un fronte di guerra lontano e per la loro vita assolutamente incomprensibile. Improvvisamente la guerra si sposta nel loro mondo ameno, i tedeschi occupano la loro casa per farvi la cucina del fronte della linea Gustav. Avviene allora il confronto con il diverso, con una lingua straniera mai sentita prima, e Celeste si innamora di un tedesco che verrà ucciso davanti ai suoi occhi. I bombardamenti continui e la fame che aveva messo in ginocchio la popolazione civile, che prima di allora aveva visto solo le adunate fasciste e le processioni dei santi, sono solo il preambolo della tragedia. Ninetta, Maria e Celeste corrono con le corone di fiori incontro ai loro liberatori, gli alleati, perché la guerra è finita, ma verranno tutte violentate dalle truppe marocchine dei francesi. Ninetta, incinta, decide di non abortire per dimenticare rassegnata una tragedia che altrimenti non avrebbe mai fine. Come lei ne verranno violentate ancora tante di donne nelle guerre, troppe, ma anche una tragedia può essere trasformata in un gesto d’amore e di speranza, anche se uno stupro di massa rimane nella terra e nelle generazioni future come un segno indelebile.

Note di Regia

Maggio 1944: sul fronte di Montecassino, sulla Linea Gustav, dopo mesi di battaglie sanguinose tra alleati e tedeschi, considerate le battaglie di terra più sanguinose della II guerra mondiale, bombardamenti a tappeto ed effetti devastanti sulla popolazione civile, migliaia di donne vengono violentate e brutalizzate dalle truppe speciali francesi. Parliamo di loro per parlare di tutte le donne vittime di stupri di guerra. Parliamo di stupro come crimine e non come effetto collaterale della guerra.

Questa storia potrebbe sembrare nota grazie al celebre film di De Sica tratto dall’altrettanto celebre romanzo di Moravia, ma in realtà su quella tragedia c’è ancora molto da raccontare. A parlare questa volta non saranno gli scrittori o i cineasti, ma le nipoti di quelle donne che per un anno hanno cercato e ascoltato delle marocchinate di cui si parlava come di cosa nota, usuale ma quasi leggendaria. Si, noi siamo le nipoti di queste donne, siamo le Ciociare di oggi che hanno sentito raccontare della guerra – da sempre -come di una favola infernale che per loro era presente costantemente eppure lontana. Allora abbiamo deciso di scavare fino in fondo, di rendere questa atroce leggenda realtà. Abbiamo spulciato libri, documentari, archivi, ma soprattutto abbiamo ascoltato loro, le donne, che ormai anziane, vivono ancora quel dramma in un ricordo vivido. Ne è emerso un quadro ancora più drammatico e desolante. In meno di dieci giorni vennero violentate tra 5.000 e 50.000 donne (questa la cifra depositata in parlamento nel 1952) tra gli 11 e gli 85 anni. Ma anche bambini e uomini. Alcune donne vennero crocifisse, brutalizzate e lapidate, i preti e gli uomini vennero impalati, le madri si offrirono per salvare le figlie bambine. Gli uomini che cercarono di difendere le loro donne (compresi alcuni soldati tedeschi) vennero trucidati.

Grazie alla causa avviata presso il tribunale dell’Aia nel 1996 abbiamo scoperto che le truppe coloniali francesi, formate da bande tribali di marocchini, algerini, magrebini cresciuti tra le montagne e temutissimi anche nelle loro terre, iniziarono a compiere le violenze in Sicilia, proseguendole poi nel basso Lazio, in Toscana e sull’ isola d’Elba, al seguito delle truppe alleate. L’esercito francese li assoldava come mercenari per i “casi disperati”. Ma prima di essere inviati sul fronte di guerra, questi mercenari venivano rinchiusi per mesi in campi-prigione che li avrebbero resi ancora più violenti anche probabilmente sotto l’effetto di droghe. Ma da chi partì l’ordine? I francesi sostengono ancora oggi che la responsabilità fu assolutamente individuale, ma ci sono testimonianze della nota “carta bianca” di cinquanta ore che venne concessa ai Goumiers dal generale Juin. Eppure vennero processati e fucilati sommariamente solo alcuni soldati. I comandanti francesi, che in quel momento erano alleati degli italiani, non vennero mai denunciati. In quei giorni sono anche attestate le presenze del generale Clark e del generale De Gaulle proprio nel territorio della Linea Gustav. Eppure gli alleati non intervennero in aiuto della popolazione civile, come fecero invece quei pochi tedeschi rimasti e che per questo furono uccisi. Si parlò inoltre di una vendetta dei Francesi contro gli Italiani, che un anno prima avrebbero infierito sulla popolazione civile di un paese della Provenza. Il tribunale di Norimberga non tenne in considerazione questa strage così come nessun altro stupro avvenuto durante la guerra, non solo sul territorio italiano e non solo da parte delle truppe coloniali francesi. Solo dopo il 1952 ad alcune donne venne concessa la pensione di guerra e ad alcuni paesi venne data la medaglia d’oro al valore civile.

Eppure tra gli storici continua ad esserci la congiura del silenzio. Quelli francesi ancora oggi minimizzano parlando di “effetto collaterale della guerra” oppure omettono del tutto questo tragico episodio. Quelli nord-africani parlano dei goumiers come degli “eroi di Montecassino”, pur essendoci state le scuse ufficiali da parte del governo marocchino nel 2004. Quelli italiani danno scarso o punto rilievo all’accaduto che è stato invece immortalato da letteratura, cinema e anche televisione attraverso importanti documentari. Spesso la letteratura ha più coraggio dei libri di storia e arriva più in fondo degli storici.

Ora portiamo questa tragedia moderna e tutta femminile in teatro. Il testo, che dietro di sé ha una grande ricerca di memoria durata un anno, è interamente in dialetto ciociaro, dialetto che non ha avuto dignità letteraria se non ad eccezione dei Placiti Cassinensi, primi esempi di italiano volgare scritto. La lingua, di un paese non definito in un tempo e in uno spazio non definiti, è simile al latino, è arcaica e primordiale come la vita di questi personaggi, identica da secoli, a partire dalla mitica età dell’oro del regno del dio Saturno, che proprio in questi territori si sarebbe sviluppata per poi svanire soppiantata dalla guerra e dalla morte.

Strutturato come una sacra rappresentazione in 14 stazioni, lo spettacolo racconta la storia di tre donne, di cui due Ciociare e una Veneta, a testimonianza dei Veneti che colonizzarono l’Agro Pontino ai tempi della bonifica fatta da Mussolini. La vita di queste donne scorre tra il lavoro quotidiano nei campi e l’attesa di un amore, una vita che ha un andamento circolare – una vita archetipica, come queste donne che rappresentano tre diversi aspetti del femminile e della terra come Magna Mater. Tre divinità e tre povere Criste, come quelle di Pasolini e della Morante.

Dalla festa di fidanzamento si arriva alla guerra in casa con il conseguente stupro, dalla purezza incontaminata di una popolazione legata al lavoro dei campi e di una spiritualità quasi pagana alle marocchinate e a ciò che avvenne dopo: sifilide e varie malattie infettive, follia, suicidi, aborti, taciuti infanticidi, silenzi, omissioni, ripudi, vergogna e tanta disperazione. Queste donne cercheranno di ritornare alle loro case, ma troveranno solo macerie su cui verranno edificate case e fabbriche con scarichi inquinanti e velenosi nei fiumi e nei laghi. La violenza alla donna è la violenza alla terra. E questa terra è stata violentata dalle truppe straniere in nome della liberazione e dagli italiani in nome del progresso, senza pietà e senza dignità. Vogliamo ricordare queste donne, superare questo dolore che è anche il nostro di figlie e di nipoti, vogliamo ridare dignità ad un territorio che dalla guerra ad oggi ha solo perso.

Vogliamo raccontare una storia che si è ripetuta e si ripete identica in ogni secolo e in ogni parte del mondo. Vogliamo quindi che si parli di stupro come arma di guerra nei libri scolastici (considerato tale solo dal 2001!) e che non si minimizzi quello che è non solo un dramma per le donne che lo hanno subito, ma anche per un territorio e per le generazioni future. Siamo state anche noi bosniache e ruandesi, non dimentichiamolo mai perché tutto ciò che raccontiamo in questo spettacolo è tutto reale.

Per non dimenticare e parlare di donne innocenti dimenticate, vittime di guerre a volte anch’esse dimenticate, iniziamo a riparlare di noi perché la Storia si ripete troppo spesso anche nel civilissimo occidente. La guerra la fanno sempre gli uomini ma le donne sono costrette a subirla

 

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